• ihaventhope:

    Ricordi che fanno male.

    (via innamoratodellamiamiglioreamica)

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  • (Source: ldarknessl, via c-isnenegro)

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  • "E se ti dicessi che da quando non ci sei è tutto così insignificante"
    thousandyears3005 (via thousandyears3005)

    (via larealtapiuamara)

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  • Lo voglio!

    (Source: lunarfawns, via skyblueandginger)

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  • "E volevo farlo, giuro che volevo farlo. Scappare e venire da te, abbracciarti e poi urlarti contro che fa male da morire quando non ci sei"
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  • ilvuotoaperdere:

    sanguedinchiostronero:

    soffocotralemacerie:

    ilvuotoaperdere:

    Io domattina e i restanti nove mesi di scuola.

    Non è la fine del mondo, sù.

    non so a che scuola vai tu, ma il mio liceo è un inferno.

    Non è tanto lo studio, ma le teste di cazzo che ti girano intorno.

    (via the-shadow-of-the-ghost)

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  • tienidurosoldatessa:

    Ogni volta che mi appare in Dash, devo rebloggarla è più forte di me.

    (Source: il-sapore-delle-lacrime, via occhi-verdi-senza-speranza)

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  • SPENCEEERR QUANTO TI AMO 😍

    (Source: sempeternal, via c-isnenegro)

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  • ilgelidoinverno:

    which movie is it??

    (via unbuonlibroeunacioccolata)

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    • Mom: Can I see your tumblr?
    • Me: WHAT TUMBLR?! *throws laptop out window, runs to airport, moves to Mexico, changes name to Pepito*
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  • "

    15 settembre.
    2000.

    Oggi è stato il mio primo giorno di scuola e l’unica cosa che ho visto sono state persone vuote, vuote dentro, negli occhi, nell’anima.
    Parlavano di vestiti e di persone conosciute, di facebook e delle scopate straordinarie in discoteca.
    Sono entrata in classe, non più quella di due anni fa. Una classe spoglia, tutti avevano già preso posto, dalle puttane e stronzi alla fine, a chi non importa niente e chi invece preferisce stare da solo. Mi sono seduta all’unico banco vuoto, ho preso le cuffie in borsa e ho cliccato a caso una canzone alzando al massimo il volume.
    Non volevo ascoltare le chiacchiere inutili di tutti gli altri, volevo stare da sola.
    Chiusi gli occhi per un secondo, assaporando la canzone e gustando l’attimo di solitudine che avevo creato. Quando riaprì gli occhi, un ragazzo dagli occhi castani e i capelli dello stesso colore mi stava fissando. Teneva il peso del suo corpo su una sola gamba, le spalle leggermente curvate nella mia direzione.
    “Perché sei tutta sola?”. Guardavo i suoi occhi restando muta. Così, lui fece un passo verso di me entrando in classe. Mancavano altri due al mio banco, ma si fermò tenendo le distanze.
    “Perché le altre non ti parlano?”. Continuava a guardarmi incuriosito e serio.
    “Sono io che non parlo a loro. Non mi interessano i vestiti che hanno comprato”. Ridacchiò alla mia riposta ma non era una battuta.
    Infilai di nuovo le cuffie abbassando il volume della canzone. Mi girai a guardare il resto della classe, interessata a fare tutt’altro che parlare con me o rivolgere l’attenzione al ragazzo. Solo Sara, la mia amica delle elementari mi stava sorridendo, ricambiai il sorriso ma qualcos’altro attirò la mia attenzione. La sua mano che mi stringeva il polso, dolcemente in una stretta forte mi mostrò il suo di polso. Aveva la carnagione chiara, le vene violacee e grandi segnavano il suo sottile braccio. Aveva un tatuaggio, una linea che circondava il polso. Sembrava un braccialetto. Avvicinò il suo viso al mio, sfiorando di poco la punta del naso. Solo in quel momento notai tutti i piccoli particolari del suo viso.
    Aveva un neo alla fine dell’occhio sinistro e un altro all’angolo delle labbra. Il ciuffo ribelle dei suoi capelli folti cadeva in avanti.
    “Hai dei bellissimi polsi, lo sai?”. Continuava a parlare ed io invece, riuscivo solo a guardare i suoi grandi occhi.
    “Posso sedermi?” . Fa il giro del banco avvicinandosi al mio corpo. La sedia scivola nelle sue mani inchiodandosi al pavimento con il suo peso.
    “Cosa vuoi da me? Non sono una preda facile e non voglio essere la tua vincita ad una stupida scommessa”.
    Il suo viso si trasformò in una smorfia, poi scoppiò a ridere.
    Aveva un bellissimo sorriso. Passò distrattamente una mano fra i capelli mordendo la lingua.
    “Non ho fatto nessuna scommessa. Sono passato qui, perché era la mia classe l’anno scorso. Ti ho vista sola che ascoltavi musica. Non sei come le altre”.
    “Ecco, non sono come le altre. Adesso alzati e vai via.”
    Avevo paura di un nuovo abbandono e del suo sorriso, così sincero e..
    Alzò le mani in segno di pace.
    Alzai il capo quando sentì il suo respiro sul collo ma questa volta non mi allontanai.
    “Sei molto più bella di tutte le ragazzine truccate e preparate.” Mi toccai istintivamente gli occhi, strofinandoli. Non avevo nessun trucco in viso, eppure per lui ero bella. Non riuscivo a sorridere, sembrava ancora una stupida presa in giro.
    Tirò via la sedia dal suo sedere, mi guardava dall’alto e sembrava ancor più alto. Spostò l’attenzione alla finestra e poi di nuovo nei miei occhi, mi guardava dentro.
    “Amati, per favore”.
    Calò il capo sulle scarpe e a passi lenti superò la porta della classe. Chiusi gli occhi stanchi e indolenziti. Non potevo fare una cosa del genere , però c’è sempre una prima volta, c’è sempre qualcuno per cui vale la pena. Mi alzai di scatto, la sedia fece un rumore assurdo. Nella classe calò il silenzio. Corsi fuori dall’aula e lo vidi, di nuovo, bello quanto prima, forse di più. Appoggiato al muro della sua classe, presumo. Sorrideva ma non guardava me. Guardava un punto lontano nel lungo corridoio scuro.
    “Perché? Perché fai così? Perché mi dici di amarmi? Che ti piacciono i miei polsi? Che sono bella? Che..non sono come le altre? Perché devi essere come tutti gli altri tu?”.
    “Non ho mai detto questo”. Alza il capo, la sua attenzione e quella dei miei compagni di classe è puntata alle mie spalle.
    “Potresti essere la mia vittoria..”.
    “Sì, ad una dannatissima scommessa con i tuoi stupidi amici. Non so nemmeno il tuo nome. Non so niente di te, come tu non sai niente di me. Ti sei avvicinato solo perché ti sembro fragile e facile da conquistare.”
    “Non ho detto nemmeno questo. Se solo tu ..”
    “Io cosa? Dio, perché sono qui fuori a parlare con uno sconosciuto?” girai i tacchi e mi stavano guardando tutti, in silenzio.
    “Potresti essere la mia vittoria alla vita”. Concluse la frase. L’unica cosa che poteva vedere era la mia schiena.
    “Tommaso, Tommaso è il mio nome .. Angela”. Sussultai al suono del mio nome.
    “Conosci una persona solo quando leggi qualcosa di suo, non è vero?”. Guardavo le sue labbra schiudersi ad ogni parola. Adesso ero di nuovo girata nella sua direzione, sotto il suo sguardo.
    “Smettila”.
    Lasciò andare il muro, spingendosi in avanti.
    “Potresti essere la mia vittoria”.
    Mi baciò la fronte.

    Ogni giorno, per due anni ho aspettato il suo corpo appoggiato alla porta della classe. Dopo i due anni, mi sono diplomata e laureata. Mi sono creata una vita, un uomo, una famiglia e ho smesso di aspettare occhi che non arrivavano mai.

    Adesso, anno 2014 insegno in un nuovo liceo.

    Tutti avevano preso posto, tutti parlavano tra di loro creando una gran confusione. Nessuno aveva fatto caso a me, tranne una persona. Un ragazzino dagli occhi castani, seduto al primo banco.
    “Lei è la nuova professoressa?”
    “Sì, sono io”. Mi sorrise, non avevo più rivisto un sorriso così bello. C’era qualcosa di lui che mi ricordava una persona, purtroppo non ricordavo chi.
    Aprì il registro, sfogliai l’elenco e i fogli. Guardai l’aula e tutti gli altri chiacchierare. Pensai ad un modo per attirare l’attenzione ma il bussare alla porta, già bastò. Calò il silenzio e l’unica cosa che vidi è stato un segno. Un segno nero che circondava il polso di una persona. Deglutì a fatica, stringendo il bordo della borsa che avevo appoggiato sulle gambe. I suoi capelli folti caddero sulla fronte.
    Ci guardammo, dopo quattordici anni.
    Si avvicinò al ragazzino al primo banco.
    Balzai in piedi e con un passo ero già al suo fianco.
    “Avevi detto..” sussurrai.
    “So cosa ho detto, sono venuto a riscuotere la mia vincita.”

    No, questa storia non finisce così. Non finisce come tutte le altre storie.
    Non ci siamo sposati. Non ci siamo baciati, non ci siamo toccati o abbracciati. Ci siamo sorrisi, perché sembravamo stupidi e infantili. Quel giorno, mi chiese di prendere un caffè insieme e mi raccontò della sua vita e di quel ragazzino al primo banco. Mi raccontò che poi andò via dal nostro paese e sposò una donna e aveva una famiglia.
    Ricordo che quel giorno pioveva e avevo freddo. Guardavo fuori dalla finestra quando finalmente ..

    “Tuo figlio ha quattordici anni”.

    "
    Haipromessodiportarmialmare.
    (Non togliete la fonte, per favore.)

    (Source: haipromessodiportarmialmare, via miseiscoppiatodentroilcuore)

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